Racconto alla signora di mio padre novantenne e praticamente cieco che si attacca i bottoni da solo e lei dice siete una razza di combattenti e questo mi inorgoglisce più di quanto sappia dire.
Quando avevo 16 anni e scrivevo con uno stile pomposo e retorico che oggi mi imbarazza da morire parlavo spesso della mia gente, senza per altro avere la più pallida idea di chi avrebbe dovuto essere, questa gente.
Poichè della mia cosmologia non facevano parte elfi e fate e personaggi del Signore degli Anelli nè ebrei erranti nè Siddartha e solo occasionalmente appartenenti alle BR, e non avendo mai coltivato il sogno di essere Virginia Wolf o Giovanna d'Arco mi trovavo un po' a corto di popoli o tribù con cui identificarmi.
La vita mi sembrava eccitante il che escludeva anche i poeti ed i tormentati ed ogni tanto mi veniva il dubbio che la mia gente fosse la redazione di Cosmopolitan.
Combattevo dentro di me le stesse battaglie esistenziali di tutta l'umanità e qualche battaglia strettamente personale, ma poi bastavano un libro bello, i bambini del focolare, una serata a parlare con un amico ma anche solo i riflessi delle insegne sull'asfalto bagnato ed io e la mia vita eravamo di nuovo una cosa sola.
Non ho mai usato metafore belliche per la vita, mi sembrano stupide ed offensive nei confronti di coloro che le guerre le combattono sul serio, ma quel combattenti della signora l'ho inteso nel mio senso più segreto, combattere per rimanere interi.
Nessun commento:
Posta un commento