venerdì 3 gennaio 2014

Il problema con i vecchi è che sono depressi e che come gli antichi untori vorrebbero contagiarti.
Dovendo abbandonare presto la vita si sentono in dovere di convincerti che è una liberazione, che la vita è uno schifo e che le cose non potranno che peggiorare.
Vedrai, ti dicono, tra qualche anno e ti elencano disgrazie e malattie e perdite, dipingono scenari cupi di delusioni, fallimenti, abbandoni. Il loro pessimismo lo chiamano esperienza, la loro invidia realismo.

Non credo che l'egoismo dei vecchi consista nel volersi far accompagnare a fare la spesa il giorno e l'ora che decidono loro, è qualcosa di più tremendo, è il non voler morire da soli e che tu muoia almeno un po' con loro, che tu reciti assieme a loro che tanto, quell'uva, era velenosa.

Non sai, non capisci, ti dicono.
Alcuni non possono riconoscere di avere sbagliato vita, la consapevolezza che non c'è più tempo per averne un'altra è terrificante, meglio pensare che sia l'esistenza stessa ad essere una condanna.

Mio padre, che non è mai stato nè disonesto nè egoista, magari non un cuor di leone ma non egoista, a volte mi dice non ascoltarmi, la vecchiaia mi ha reso codardo.
Tu, mi dice, sei una figlia migliore di quanto lo siamo stati io e tua madre con i nostri genitori. E si ricorda del mio gomitolo di quando ero piccola, e di come a 7 anni enunciavo come sarei stata da grande e cosa avrei fatto, e gli altri potevano ridere o contraddirmi o lodarmi ed a me era indifferente, ripetevo placida i miei intenti e riavvolgevo la mia lana, e lui e mia madre facevano a gara per capire a chi, nella vasta parentela, assomigliassi.

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