martedì 30 giugno 2015

Sul volontariato potrei parlare per giorni. La mia amica ci fece una tesi anni fa, una panoramica storica, giuridica, sociologica.
Negli anni Settanta lo avversavamo fortemente, per due ottime ragioni; la prima era la convinzione che i servizi, tutti, dovessero essere forniti dal welfare state attraverso persone formate, competenti e ovviamente retribuite. La seconda era che il volontariato era prerogativa pressochè assoluta della Chiesa ed in generale non si discostava troppo, nelle modalità e nelle intenzioni, dalle Dame di Carità.

Purtroppo la valenza del termine non è cambiata ed ancora oggi quando sento parlare di "volontariato" la mia prima reazione è di sospettosa diffidenza.

Nonostante tutte (o quasi) le mie esperienze negli ultimi dieci anni vadano in direzione opposta.
Per quello che vedo il volontariato ora risponde ad un concetto di civiltà e di comunità. I volontari che ho conosciuto sono giovani, studiano o lavorano, non sono frustrati nè in preda a deliri religiosi; sono persone che mettono a disposizione un paio d'ore in settimana per insegnare l'italiano agli stranieri, seguire i loro figli nei compiti, aiutarli a districarsi nei meandri della burocrazia.
Oppure insegnano ad usare un computer, c'è una ragazza che ha aperto ad un'ospite della cds il mondo di google, sembra una sciocchezza no?, ma i pazzi sopra i 30 anni non sanno nemmeno cosa siano youtube, google, le mail...perchè mentre noi ce ne entusiasmavamo erano troppo occupati a sopravvivere ai loro demoni.

Le comunità virtuali sono meravigliose e tutto il resto, ma sono comunità per privilegiati; saranno anche uguali alla piazza o al bar, ma per chi? per coloro che, comunque, in piazza o al bar hanno o avrebbero la possibilità di andarci.

La solidarietà non è cambiata; non consiste nel postare una foto arcobaleno o un mi piace, consiste nel vecchio, solido fare.
Sempre che si desideri un mondo migliore, ovviamente.

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