giovedì 19 marzo 2015

Ostaggio. E' la parola che mi viene in mente quando la mia anoressica mi manda messaggi drammatici (visto che non mi rispondi vado ad uccidermi); naturalmente non lo fa, non così, eppure da quindici anni il suo lasciarsi morire di fame tiene ed ha tenuto in ostaggio molte persone.
Le minacce esplicite di suicidio sono estreme e rare e riconoscibili come tali, ma non abbiamo un po' tutti, almeno qualche volta, la tentazione di tenere qualcuno in ostaggio?
Ottenere le cose in virtù dello stare male: lo riconosciamo nei casi eclatanti, "patologici", la famosa richiesta di attenzioni istrionica, ma non è la stessa cosa quella più sommessa di chi quotidianamente ti mette difronte alla sua solitudine, o dolore, o fragilità?
O di chi, senza esplicitarlo a parole, ti fa capire che ti ritiene responsabile del suo stare male?
Una volta le madri dicevano "tu mi farai morire", adesso hanno trovato maniere più sottili e subdole di dire la stessa cosa. Un bell'insegnamento, soprattutto alle figlie femmine.

Provo a spiegare alle Lilli la differenza tra prendersi cura ed essere ostaggio.
Ma non sono sicura di averla imparata nemmeno io.

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