Alla fine del mese chiuderanno gli Opg e non è impossibile che alcuni pazienti trentini arrivino alla cds. Abbiamo già avuto tre utenti provenienti da Castiglione ed affidati in prova con regime di arresti domiciliari, ma una struttura aperta non è naturalmente in grado di garantire nessun tipo di "arresto".
A parte questo, i pazienti degli opg hanno commesso reati violenti. Non c'è nulla di disonorevole nel provare paura, ma secondo me è un obbligo ragionare su questa paura.
Ci fanno paura le cose che sentiamo di non poter controllare; non temiamo le persone che incontriamo perchè sappiamo di avere un controllo sulla situazione, nel senso che siamo sicuri di condividere con loro un insieme di norme e soprattutto un codice di linguaggio e comportamento che ci permette di leggere i loro sentimenti e le loro intenzioni. Se siamo seduti al bar con degli amici non ci passa per la testa la possibilità che uno di loro estragga improvvisamente un coltello e ci aggredisca, e non abbiamo questo timore nemmeno se la persona ci è stata presentata dieci minuti prima.
Se qualcuno ti presenta un pazzo che conosce da vent'anni e ti garantisce che non è mai stato violento, gli credi per carità ma per prudenza fai un passo indietro.
Per superare questo bisognerebbe sfatare alcuni luoghi comuni.
Cominciando da quello che vuole i pazzi imprevedibili. I pazzi devono fare i conti con due mondi, il nostro e quello interiore di convinzioni, voci, allucinazioni; spesso i due mondi interagiscono e si confondono. Ma i pazzi, esattamente come noi, cercano una coerenza interna ed esterna, cercano un "senso" si potrebbe dire. E come noi cercano strategie in risposta alle difficoltà. Ecco, se si individua questa coerenza, il pazzo è imprevedibile tanto quanto ognuno di noi. Ogni pazzo poi ha un suo linguaggio, in alcuni casi non dissimile dal nostro ed in altri più bizzarro, ma sempre individuabile.
Il problema allora diventa di risposte, secondo me.
Il pazzo teme la perdita di controllo, esattamente come noi: provate ad immaginare cosa si deve provare sapendo che dentro di te esiste un qualcosa (una voce, di solito) che può prendere il sopravvento in ogni momento, che può terrorizzarti, costringerti a fare cose che non vuoi.
Se chi hai davanti teme questa voce più di te, se pensa che sia incontrollabile tanto quanto e più di come pensi tu, è inevitabile che si inneschi un meccanismo di risonanza.
Una nuova strategia adottata da chi si occupa di uditori di voci è quella di chiedere di parlare con le voci: ossia il terapeuta chiede al paziente di fare da tramite tra lui e la voce. Negoziare con le voci: immagino che a qualcuno evochi più un esorcismo che una cura, ma va detto che riguardo alle malattie mentali la medicina non ha fatto nessun progresso. I farmaci sono solo sintomatici e funzionano poco e male e se qualche effetto sui sintomi attivi lo hanno, in compenso peggiorano quelli passivi.
Per ora, secondo me, l'unico approccio è quello della comprensione.
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