sabato 11 luglio 2015

Sto leggendo Breve storia della morte, un excursus antropologico su come l'umanità ha affrontato la morte ricavato, almeno per quanto riguarda l'età della pietra, dai reperti archelogici riguardanti la sepoltura.
C'era ad esempio questo villaggio dove inizialmente seppellivano i defunti sotto le abitazioni, poi qualcuno deve avere detto sai cosa? non è un'idea furbissima, sepelliamoli un pochino più in là.

Si può ipotizzare che per i primi cacciatori non si ponesse il problema dell'inevitabilità della morte: visto che praticamente tutti morivano giovani di morte violenta ed improvvisa, era lecito pensare che una volta eliminate le cause tipo predatori, fulmini e vicini poco amichevoli non ci fosse motivo per cui la vita non dovesse continuare. Che è più o meno quello che pensa la gente adesso, che se si sconfiggono il cancro e la cellulite non è detto che non si possa avere, se non l'immortalità, almeno un qualche millennio di vita tranquilla.

Ho trascorso i miei primi anni in un luogo dove le cose vive finivano di continuo: alcune sotto il treno, altre in padella, altre in vasetti sotto aceto ed un paio fulminati dai fili dell'alta tensione. Treni e campagna sono buoni maestri riguardo all'accettazione della precarietà della vita.

La cosa che più mi era chiara in questi finire delle cose era che il mondo continuava esattamente come prima, il che era l'unica rassicurazione di cui avevo bisogno: mi sarebbe dispiaciuto che, una volta finita io scomparisse il mondo, a me il mondo piaceva molto.

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