Ho finito un libro, il diario di un'anoressica, e mi ha meravigliato come sembrasse di sentir parlare Beatrice.
E dietro l'incessante vittimismo e le proclamazioni enfatiche di bassa autostima emerge un'arroganza divina.
Entrambe dicono io voglio vivere d'amore e sembra una sciocchezza da adolescente ma è la volontà degli asceti e delle sante, non più vicino a dio ma dio stesso: incontaminate e volontà pura.
Infarciscono ogni frase di amore ed affetto ma lo senti che non è di quello che stanno parlando. L'Artemisia del libro ha due figli e dedica loro molti bei pensieri e non ce n'è uno che suoni sincero: lei, se i figli sono lontani, li ama davvero, ama l'amore per i figli, ma davanti ai bambini reali qualcosa in lei si ritrae con orrore.
Vogliono morire non per amore, ma d'amore. Ti dicono di continuo che è l'assenza di amore che le uccide.
Ogni tanto intuisco qualcosa di loro. A sedici anni io sognavo di morire in un conflitto a fuoco come Mara, e non l'amore. Le persone potevano attrarmi, suscitarmi affetto ed amicizia, ma l'amore era per le idee, per il tempo, per le passioni. E per i figli.
Ma non sono capace di raccontare tutto questo alla mia Artemisia.
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