venerdì 18 gennaio 2013

Non avevo mai visto sua moglie, eppure la conoscevo come si può conoscere una sorella della quale ogni gesto ed ogni espressione ti sono familiari quanto i tuoi.
Era per via di quel fazzoletto nel taschino, ogni giorno del colore intonato alla camicia o alla cravatta, perfettamente stirato e sebbene non mi fossi mai avvicinata a lui abbastanza per sentirlo avrei giurato che emanava un leggero profumo di detersivo.
La immaginavo soprattutto la sera, subito prima dell'ora di cena,in attesa dei rumori: tutto il corpo trasformato in un'antenna pronta a captare e decifrare ogni suono. Sapevo anche che aveva lottato a lungo per opporsi a questa trasformazione, e che aveva perso. Potevo sentire sotto le dita i muscoli delle spalle che si irrigidivano impercettibilmente e quelli del viso che cedevano di colpo, come se le ore passate dalla mattina si fossero trasformate in anni.
La donna che la mattina aveva stirato quel fazzoletto adesso stava a testa bassa accanto al tavolo, quasi vergognosa, e la donna che preparava la cena le lanciava una sola occhiata carica di disprezzo, e le due donne tacevano, entrambe assorte nel loro rancore per l'altra, la rivale, la colpevole.

Non ho mai visto quella donna, ma ho trascorso con lei tutti gli anni che scivolavano dalle 7 del mattino alle 7 di sera.

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